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Andato in scena “Vinafausa. In morte di Attilio Manca”: intervista a Michelangelo Zanghì e a Simone Corso

Autore: . Pubblicato il 14 novembre 2016. Inserito in Attualità, Musica e Spettacoli.

Si è svolto ieri sera presso l’Oratorio delle Figlie di Maria Ausiliatrice di via Regina Margherita il primo spettacolo della rassegna teatrale “Scenanuda” curata dall’Associazione culturale “Filokalòn” in sinergia con la Compagnia Teatrale “Santina Porcino”. Il titolo era  “Vinafausa. In morte di Attilio Manca” , l’attualissima rappresentazione teatrale di Simone Corso con la  regia di Michelangelo Maria Zanghì, con Francesco Natoli, Michelangelo Maria Zanghì, Simone Corso; costumi ed elementi scenici a cura di Francesca Cannavò, luci di Franco Zanghì e musiche di Chiara Pollicita. L’assistente alla regia è Caterina Sfravara, amministrazione Associazione Culturale Filokalòn.

Lo spettacolo raccoglie un insieme di indizi riguardanti la vicenda di Attilio Manca, giovane urologo barcellonese, morto nel 2004 in circostanze ancora poco chiare e che, secondo le ultime rivelazioni del pentito di mafia D’Amico, sarebbe stato ucciso per le cure prestate a Bernardo Provenzano. Un interessante racconto che s’intreccia con gli ultimi vent’anni della nostra Storia.

 

Noi abbiamo intervistato il regista Michelangelo Maria Zanghì.

“La scrittura di Simone – afferma – si poteva prestare a mille rappresentazioni e però ho scelto la mia, in base alla deformazione registica; ho dato il mio taglio che nel corso degli anni si è evoluto, ed è cambiato molto. Sono dei quadri della vita di Attilio Manca, non è un racconto omogeneo o sincronico, piccoli frammenti che messi insieme danno una visione di quello che è successo, ma non danno delle risposte. Questo è merito della scrittura, nel senso che sia Simone, che ha scritto il testo, sia io che l’ho diretto, ci siamo sempre prefissati di non dare alcuna risposta ma di porre delle domande al pubblico”.

 

“Secondo te perché la questione rimane ancora irrisolta?”

M. Z. : “Ti rispondo da cittadino, non da regista dello spettacolo. E’ una questione che s’inserisce nella trattativa stato – mafia per cui non non credo si tratti di un delitto di mafia (sarebbe più semplice se fosse così), ma di un delitto di stato, il quale presuppone che oltre la mafia ci siano altri aspetti e altri personaggi legati alla storia”.

 

Accanto al regista c’è anche colui che ha scritto il testo, il giovane Simone Corso.

“Che immagine hai voluto dare di Attilio Manca attraverso la tua scrittura?”

S. C.: “Prima di mettermi a scrivere, ho incontrato sia Angela, sia Gianluca, dai quali mi sono fatto raccontare le loro impressioni, non tanto sulla vicenda, ma su ciò che era Attilio come persona, come uomo e medico.Da lì, sono partito con un lavoro di documentazione che non è mai voluto scendere troppo nel merito della verità, perché ancora una verità processuale ovviamente non c’è; quindi sono partito da una domanda, “Com’è possibile che un suicida sia trovato in quelle condizioni, con il setto nasale deviato?”

 

“Tu, invece, al di là dell’economia dello spettacolo che non dà risposte ma solo domande, attraverso questa raccolta di documentazioni, che idea ti sei fatto?”

S.C.:”Attilio si è trovato dentro un gioco più grande di lui; sono convinto che la vicenda abbia a che fare con la mafia, so nello specifico in che modo. Credo che abbia visitato Bernardo Provenzano”.

 

“Cosa dice la gente comune?”

La parola passa nuovamente al regista.

M.Z.: “Che non si tratta di omicidio, ma di un suicidio o di morte per overdose. E’ la voce che viene dal popolo, dalla gente radicata in questi luoghi, frutto di una mentalità”.

 

“E’ più comodo affermare questo per un barcellonese?”

M.Z.: “Io direi per il siciliano in generale. Ci appartiene, ci discolpa e ci fa sentire migliori.

 

“Che riscontro ha avuto lo spettacolo finora?

M.Z.: “Una grande accoglienza. Lo abbiamo dato già a Patti, a Messina, alla Rai di Palermo. Molti vengono a dirci che è uno spettacolo che deve girare il più possibile, molti altri, alla fine dello spettacolo, se ne vanno; ecco, questi ultimi speriamo si facciano delle domande.

 

“L’opera è una sperimentazione, o avete già altre esperienze in teatro o come drammaturgia?

Risponde Simone Corso: “Questo è già il mio secondo testo; lo scorso anno ho scritto un pezzo che è andato in giro. Michele fa questo da un pò. Abbiamo comunque 28 e 29 anni, quindi le esperienze sono quelle che si possono avere a questa età”.

 

“Altri progetti per il futuro?”

Risponde il regista: “Con questo spettacolo è partita la tournée: ora saremo a Catania, Enna, Napoli, e ancora, dobbiamo prendere altre date.

 

“Cosa vi aspettate ancora da questo spettacolo?”

S.C. e M. Z. :”La spinta per continuare. La necessità di farlo”.

 

“Un altro personaggio siciliano che meriterebbe di essere affrontato?”

S.C. :”Non so se saranno trattati in teatro, non vorrei dargli una connotazione drammaturgica a tutto ciò che scrivo. Il caso di Parmaliana, tuttavia, potrebbe essere un esempio”.

 

“Perché ancora, in un Paese democratico come l’Italia, c’è difficoltà a raccontare la verità?”

S.C. :“Democratico? Purtroppo oggi, la brutta politica si copre dietro la maschera della democrazia per far passare qualcos’altro. Una certa continuità di pensiero che ci tiriamo dietro, come minimo, dalla democrazia cristiana. In questo senso il teatro è politico perché può dire cose che fuori non si dicono. Ogni forma artistica può dire la verità. Ogni arte è bella quando parla del vero”.

 

“C’è spazio per l’arte in Italia?”

S.C. .”Dal punto di vista dei talenti, in qualche modo, sì. Per il teatro, come possibilità di crescita economica, no, e nemmeno per la politica teatrale. Non capisco come l’arte, ad esempio il direttore artistico di un teatro, possa essere decisa nei salotti.

 

“E allora perché continuare a fare arte?”

S.C. :”Perché altrimenti moriamo”.

 

Foto di Domenico Genovese

Vina Fausa 1

 

Vina Fausa 2