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La vulcanica attività culturale di Aliberti: Sgorlon ed un nuovo registro linguistico sono le novità

Autore: . Pubblicato il 11 gennaio 2017. Inserito in Attualità, Cultura.

Non si arresta l’indomabile attività letteraria del Poeta e Professore di Bafia, Carmelo Aliberti, che continua ad essere guerriero e a combattere e lavorare per la creazione di un mondo migliore. I suoi messaggi arrivano in maniera netta e forte, urlano e fanno eco in una società usa e getta che della cultura di spessore, alle volte, non sa cosa farsene. Per fortuna, però, i sognatori si scaldano sempre al calore che sprigiona la docile fiamma della speranza e raccontano al mondo importanti novità, nutrendo le anime nobili che aspettano il momento giusto per risalire dal torpore del nostro tempo.

Aliberti, che ha appena raggiunto il traguarda dei suoi primi 50 anni di pubblicazioni, continua a diffondere i suoi messaggi attraverso la Rivista Internazionale e Casa Editrice “Terzo Millennio”, dove traspare limpido il suo lavoro e la sua assiduità nel compierlo. E’ importante, da ultimo, far luce sui suoi studi riguardanti Carlo Sgorlon.

E’ una assoluta novità, infatti, la sua ultima opera dal titolo: “Carlo Sgorlon, cantore delle popolazioni emarginate e la ricerca scientifica di Dio”-Edizioni Terzo Millennio. Definita dallo scrittore Claudio Magris come “un capolavoro di critica letteraria che ha anche il merito di essere l’unico saggio completo e la più interpretazione del grande scrittore friulano“, il libro  è arricchito dalla prefazione del Prof. Jean – Igor Ghidina.

Come reso noto da Ghidina, l’opera di Aliberti mira soprattutto a rendere omaggio ad un autore rilevante che viene per lo più tagliato fuori dalle antologie più recenti della letteratura italiana, senza che venga mai presa in considerazione l’opera romanzesca di Carlo Sgorlon, il critico e il lettore in cerca di un nutrimento non solo estetico ma pure spirituale. La ricerca e l’instancabile voglia di risposte accomunano il critico Aliberti e lo scrittore Sgorlon che riescono inevitabilmente a trasmettere, l’uno attraverso la critica dell’opera romanzesca dell’altro, l’afflato universale di vicende ambientate in un Friuli “traboccante di risonanze autoctone ed insieme aperto pancronicamente sul mondo di ieri e di oggi.”

Un’opera unica quella di Aliberti, nella quale si legge il senso della vita e la consapevolezza planetaria di Sgorlon.

Tra le novità del poeta di Bafia, inoltre, una nuova poesia dal titolo “Io sono qui tra gli alberi ordinati” si presenta come una fresca energia vitale ,caratterizzata da un cambio di registro linguistico, incentrato sul trasferimento del parlato quotidiano nei percorsi  del poeta nel reale, per trasformare la funzione di captazione dei grovigli interiori sigillati nell’ermetico guscio della parola. Il poeta per la prima volta si fa comprendere, parla chiaro e comunica il reale, come vissuto dal poeta. Si tratta di una bellissima poesia che vi riproponiamo di seguito, perfettamente in cardine con le esigenze del nostro tempo e siglata sempre da un tocco poetico ineguagliabile, quello di Carmelo Aliberti.

IO SONO QUI TRA GLI ALBERI ORDINATI

Di Carmelo Aliberti

Io sono qui tra gli alberi ordinati
In fila geometrica, alti sperduti
Con l’ampia chioma che come l’ombrello aspetta
Con le braccia imploranti il cielo
Velinato di nebbia, mai vista
Nell’Isola del Sole, allagata di luce e di calore
Presagio dell’azzurro in ascesa
Dalle spalle dei Peloritani smaltati
Dalle acque marine delle dolci isole
Acciambellate nelle braccia soffici del Dio ventoso
dal promontorio tindareo o raccolte
nel seno della spiaggia d’oro a Marchesana,
dove tu aspettavi dietro il muro trasparente
o a petto nudo, sfidavi
la violenza rapace di una lama
che radeva la coppola in testa ai contadini
a stento trattenuta dalle tremanti mani
per salvare i sibilanti timpani e le piantine verdi
ancora fragili, protetti dalla curva schiena
del contadino sui solchi ancora umidi
e i bimbi belanti dietro il muro
con labbra sanguinanti su pentole,
stracci sporchi e galline zigzaganti
come ubriachi sbattuti fuori nel buio
dalla bettola, e tastava con le mani la notte
senza alcuna bava di luce elettrica.

Era il Vento delle Mulinella
Che nel Vico s’avvitava a mulinello
Murando i vecchi laboriosi al focolare
Con gli occhi inchiodati alla lingueggiante fiamma.
E il vento, ripresa la rincorda, si tuffava abbagliato
Nel letto argentato del fiume
Nel silente borbottio del Brenta
Invisibile dietro ciuffi d’erba
Che risucchiano lo sguardo.

Qui non si vedono agnelli solitari
Che svezzati brucano l’erba sul pendio
All’Aiamoto e poi, zampettando, belano
Per la famiglia ancora in sonnolenza
Che corre alla finestra per vedere
Quel fiocco di cotone che oscilla tra i dirupi,
guizzando allegramente.
I corvi, gli avvoltoi e il porcospino,
le lepri, i conigli e gli sparvieri,
Inseguiti dal sovrano Federico
Per la gioia degli ospiti sovrani,
sono scomparsi da Margi e da Timogna
Più Federico e i suoi pari
Non vengono al Castello.
Ora rifugio di sciacalli e iene
E l’ ultima e unica Aquila Reale
Si è accasata al Pizzo Salvatesta
E ogni mattina plana nel torrente
E come Narciso rispecchia la sua bellezza
Nell’argenteo filo d’acqua del torrente.
E s’inorgoglisce nell’esibire con baldanza
La docile carezza delle sue lattee ali
ai sospiri e agli sguardi degli innamorati.
Ora vedo le magiche acque del Timeo,
un lampo di luce che scompare
nei pori della pietra e lo sguardo stupito
cerca un’altra luce nel cuore del Patrì
dove ancora gorgheggiano canti antichi
e una dolce preghiera si mescola con l’acqua
e la dolce voce di una vergine Santa
vibra con soave armonia nell’acqua sempre bianca.
Brilla di Rosso la mantella
Del Generale che da quella valle
Ordì l’inganno ai Borboni di Milazzo
Dell’aggressione alle spalle e poi la via
Di Roma non fu tremenda.
Il Sud sembrò liberato dalla gogna
dei Borboni. Ora,invece, galleggia
come un guscio vuoto , dove arrivano
emigranti disperati con l’eco degli ordigni
di morte, con gli occhi di morte e con la mente
infiammata dagli orrori,
mentre le migliori intelligenze made in Ytali,
vanno a morire spappolate dalle autobombe
o sgozzati con la preghiera in gola,
spegnendo brutalmente il sogno
di aurei cervelli in fuga, verso dove?