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“La Storia Eterna di Abramo e Isacco” di Claudio Magris con riflessioni di Carmelo Aliberti

Autore: redazione. Pubblicato il 20 agosto 2018. Inserito in Attualità, Cultura, Semi di Speranza.

Nell’ambito dello scambio culturale intrapreso con la Rivista Internazionale “Terzo Millennio” fondata e diretta dal Poeta, Professore, critico e studioso Carmelo Aliberti, riportiamo una riflessione riguardante “La Storia Eterna di Abramo e Isacco – Una Metafora della nostra civiltà”.

E’ questo il titolo dell’articolo di Claudio Magris riportato dalla rivista settimanale Cultura del Corriere della sera del 18-26 maggio riguardante l’episodio biblico del padre a cui Dio chiede di uccidere il figlio per poi fermarne la mano. Nella versione dello scrittore Carlo Sgorlon nei «Racconti della terra di Canaan».

L’articolo è di Claudio Magris e contiene riflessioni di Carmelo Aliberti e le riportiamo integralmente.

“Due storie, diceva Borges, sono state e saranno sempre raccontate: quella di Un uomo innalzato e inchiodato ad una croce e quella di un uomo che, dopo dieci anni di guerra e la distruzione di una città , affronta prodigi, mostri, tempeste ed incantesimi’ per tornare a casa. Ce ne sono anche altre, che riemergono sempre, a porre, ogni volta in modo nuovo, e denso di sempre nuovi significati, le domande essenziali della vita. Un sapiente che promette di vendere l’anima al diavolo, se questi gli farà vivere un attimo di felicità e di conoscenza; un altro uomo assatanato e inappagato della famelicità del sesso,cerca serenità nell’infinito e quiete nell’amore metafisico;una peccatrice (La Maddalena) redenta da Dio per aver molto amato. Una delle più grandi di queste storie, traboccante di metaforico significato, è la storia biblica del sacrificio di Isacco, ordinato al padre Abramo da Dio L’assoluto e disumano comando ha offerto per secoli materia di discussione, polemica e rinarrazione. Le pagine più grandi, tuttora brucianti, sono quelle di Kierkegaard, secondo le quali l’episodio biblico è la parabola di un insolubile, tragico e colpevole conflitto fra fede e morale. Dio ordina ad Abramo di compiere un’azione moralmente orribile, che violerebbe le stesse leggi date da Lui. Abramo, dal punto di vista della morale, dovrebbe dire di no, ma dal punto di vista della fede dovrebbe dire di sì, perché Dio è l’Assoluto, incomprensibile per i criteri umani di giudizio e non soggetto ad alcun decalogo morale. Abramo infatti si accinge ad obbedirgli, salendo insieme al figlio sul monte dove dovrebbe avere luogo il sacrificio, ed è Dio stesso, che ha messo alla prova la sua fede, a fermare la mano armata del padre e a salvare Isacco, come si vede nel capolavoro del dipinto di Chagall,inserito nel testo di Magris. Tanti possono essere i significati di questa tremenda storia di fondazione totale della fede. Per caso,rivela lo scrittore, spinto da un acuto e ampio saggio di Carmelo Aliberti — poeta e critico cui si devono molti saggi sulla letteratura italiana e in particolare, ma non soltanto, su quella meridionale — ho letto il libro forse più bello di Carlo Sgorlon, vigoroso narratore epico di cui pure non condividevo la risentita e ideologica polemica contro la letteratura contemporanea, i “Racconti della terra di Canaan”. Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon (1930-2009),in uno di questi racconti, a chiedere imperiosamente il sacrificio di Isacco non è Dio, bensì un richiamo atavico che sorge dal profondo, venendo accolto come fosse la voce di Dio. Una voce che ordina di ripristinare l’antico sacrificio del primogenito praticato da molti popoli in età arcaica, un comandamento inconscio di regredire a costumi tribali del passato, con un senso di colpa per aver trasgredito l’antico modo di essere e di esorcizzare la paura delle tenebre. È un idolo che gli impone il sacrificio di sangue, ma un’altra voce nel cuore di Abramo lo libera, la voce di qualcosa cui Abramo dà il nome di Dio, quel Dio che, come sta scritto, ha detto «Non vi farete idoli», neanche quando essi possano assumere l’aspetto di una legge divina, fondando così una radicale premessa di libertà, forse il più grande dono che l’ebraismo ha dato al mondo. La salita di Abramo su quel monte è una pietra miliare nel faticoso cammino della nostra specie dalla barbarie all’umanità. Un cammino, peraltro, tante volte — anche in epoche di vantata civiltà, umanità e progresso — interrotto e capovolto in un feroce ritorno alla febbre di barbarie e di sangue. C’è una crescente contraddizione. Il progresso tecnologico comporta certo pure aspetti inquietanti, anche per la sua velocità e i suoi usi talora inumani, che inducono gli individui a sentirsi talora sopravvissuti in un mondo incomprensibile. Quel progresso offre pure grandi possibilità di migliorare la qualità della vita, e produce continuamente nuove tecniche per salvare vite umane. Inoltre si è riconosciuta dignità e parità di diritti a categorie umane prima ignorate, disprezzate ed oppresse senza che se ne avesse nemmeno consapevolezza. Si sono riconosciuti diritti civili a persone, culture, comunità, minoranze sinora — e ancor oggi — barbaramente calpestate. Ma è anche cresciuta la moltitudine di chi si trova nell’impossibilità di soddisfare i bisogni elementari dell’esistenza e vive, quando non muore, come un animale randagio e sfinito. Inoltre aumentano sempre più, nel mondo, i massacri su larga scala, innumerevoli Isacco sacrificati e scannati senza che nessuno fermi o voglia veramente fermare il loro sterminio. In nome della supremazia mondiale si sono svolte guerre con motivazioni assurde, divenute responsabili di stragi,di barbari genocidi, di deportazione di popoli,sradicati dalle proprie radici e relegati in recinti lager, milioni di creature umane vengono falciate tra inenarrabili crudeltà e disumane torture o vengono catturate sulla deserta terra dell’Africa e,costrette a pagare e ad accettare supinamente stupri di gruppo e amputazioni di organi vitali o asportazioni di cuori, fegato bulbi oculari ed altre parti essenziali a vivere, anche ai bambini, che, dopo il tragico asporto,vengono gettati in mare come rifiuti o donne in gravidanza bestialmente violentate, seviziate e fatte a pezzi,destinate alla stessa fine. Fanno parte del popolo dei miserabili,di cui parla Magris, che alla chiusura dei supermercati, strisciano, invalidi , anziani e senza tetto, di bidone in bidone della spazzatura,per tentare di raccattare alimenti scaduti o merce invendibile,per andare a consumarla sui vecchi vagoni delle stazioni o in altri luoghi ameni e invivibili,peggio delle bestie, che inducono il passante a chiedersi “Se questo è un uomo”, senza alcun sostegno pubblico per pratici divieti di stampo razzista. Ogni forma di violenze e di assurdi delitti che stroncano selvaggiamente la vita,a persone spesso innocenti, tra le mura domestiche o per strade incontrollate,dove vengono distrutti i sogni di ragazze minorenni o di qualsiasi età,che si recano a scuola o rientrano a casa. Per non parlare delle masse di donne straniere,trasportate in Italia con subdole promesse di lavoro e che,invece, sono condannate alla distruzione fisica e psicologica nel turpe e coatto mestiere della prostituzione, dai patiboli di morte incombente,in caso di disobbedienza o reazione alle sevizie loro garantita. Le statistiche ufficiali quotidianamente comunicano le cifre della disoccupazione, particolarmente di quella giovanile e dei laureati,costretti ad avviarsi sui sentieri accidentati dell’esilio,sperando nella fortuna. I giovani appaiono comparse o maschere o marionette (come quelle sansecondiane o pirandelliane) a recitare il rosario dell’ “ Io sono il fu Mattia Pascal”,) nell’inutile attesa di un miracolo impossibile. La civiltà della rivoluzione telematica sta divenendo strumento impietoso ed invisibile di malversazioni,di frodi o di raggiri, purtroppo, in totale impunità, senza alcun ombrello di protezione. Si potrebbe continuare nell’elencazione delle assurde iniquità perpetrate dalla barbarie di governi egocentrici; ma accogliamo la lezione e le riflessioni responsabili del gigante-buono della cultura contemporanea e continueremo a limare in noi la voce di una sotterranea coscienza che ci proibisce di impugnare una qualsiasi arma per puntarla contro il prossimo,che invece dobbiamo sostenere ed amare come fratelli, insieme figli dell’Assoluto, (primo motore immobile) che accende nell’universo ogni forma di vita. “