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Il Prof. Jean Igor Ghidina recensisce Carmelo Aliberti

Autore: redazione. Pubblicato il 14 settembre 2018. Inserito in Attualità, Cultura.

Il Prof. Jean Igor Ghidina alla Maitre de conference University- Clermon ferrand-Francia ha recensito il Prof. Carmelo Aliberti, conosciuto e tradotto in 18 lingua e considerato “voce altissima della letteratura italiana.

“Carmelo Aliberti,inesauribile linfa poetica e critica, tra i due tomi di LETTERATURA E SOCIETA’ ITALIANA DAL II OTTOCENTO AI NOSTRI GIORNI,Il recente saggio su LUCIO MASTRONARDI e la la raccolta poetica in spagnolo e nel dialetto dell’area messinese, celebra l’eroismo degli umili e dei diseredati e i puri di cuore nel santuario dell’anima linguistica e umana e promuove Aliberti tra le più voci della letteratura contemporanea. – esordisce il Prof. Ghidina che continua come segue –  Che Carmelo Aliberti dia costantemente prova di inesauribile linfa poetica e di acume critico, è quanto mai palese non appena si percorra il suo pubblicando volume sulla letteratura contemporanea e le recenti liriche “Turiddu Coddulongu”, “Io sono qui tra gli alberi ordinati”, “Addio ai monti”.Lo sguardo multifocale e poliedrico di Aliberti possiede il pregio di nobilitare la letteratura nella sua capacità di trasfigurare personaggi e vivende che ci confrontano non solo ai dilemmi universali e impellenti, ma pure alle sopraffazioni e all’anelito verso un’autentica libertà. Pertanto, esiste un addentellato nella dinamica interpretativa fra le pagine dedicate a Lucio Mastronardi, l’espressione poetica personale e l’aggancio metatestuale a Manzoni. Intanto, la Sicilia e il Sud rimangono un punto di riferimento essenziale in quanto territorio insieme sublimato da bellezze paesaggistiche e culturali e flagellato da mali endemici. Donde lo spessore degli intellettuali preparati come Vittorini sia scopritori e mentori di giovani talenti che presero allora l’abbrivio, sia curatori di collane di vaglia presso Einaudi. Il meridionale di Vigevano di Mastronardi (1964) dà uno squarcio emblematico sull’impatto omologante e reificante della società industriale riallacciandosi al topos dell’alienazione, il quale è parso per un periodo semanticamente logorato, mentre riacquista oggi una valenza scottante. Difatti, Aliberti usa una paronomasia azzeccatissima : il mondo “acefalo” di cui è in balia il protagonista del romanzo conduce allo “sfacelo” della vita interiore e dell’essere al mondo, insomma alla derelizione ontologica cui improntata in cospicua misura la società di questo terzo millennio. Il secondo filone che intreccia i testi di Aliberti verte sull’omaggio agli umili di fronte alle angherie degli esponenti del potere, delle camaleontiche oligarchie, ree di un rinvilimento morale e di uno stravolgimento della natura in tutto il pianeta. Con “Turiddu Coddulongu”, “Io sono qui tra gli alberi ordinati”, “Addio ai monti” si libra in alto, davvero molto in alto, un celebrare i cuori puri, i diseredati, i generosi che offrono la propria vita per risollevare l’umanità, mentre imperversano il bieco tornaconto e la bramosia di possesso. Da osservare come l’uso del siciliano funga da santuario insieme linguistico e culturale, come per non travisare l’indole e le figure di persone carpite all’oblio. “Peppi Zuavu”, “Mminuzagghi”, “ogghiu di sansa”, “u pitroliu per lu lumi” conferiscono ai versi un risvolto elegiaco che va di pari passo con un forte ancoramento locale, come se lasciassero scaturire l’anima della Sicilia. Infine, oltre allo struggente lirismo e all’alacrità critica, si evince da questi testi un notevole impegno civile, anzi a volte un’invettiva di stampo dantesco perché il Don Rodrigo di Manzoni ricompare in modo proteiforme nella Sicilia e nell’Italia odierne, dove pullulano individui versipelle che si spacciano per filantropi e benefattori. In compenso, Aliberti non indulge al fatalismo, sapendo cogliere e incastonare i volti esemplari della letteratura, comunque fonte di riscatto.”