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Barcellona e i suoi talenti: la “dedizione e leggerezza” di Ezio Castellano

Autore: . Pubblicato il 2 novembre 2018. Inserito in Attualità, Musica e Spettacoli, Primo Piano.

“Barcellona e i suoi talenti” è un ritornello che torna spesso nei nostri articoli di giornale. 24live.it, ci piace molto ribadirlo, è nata anche e soprattutto per far luce su questo territorio in maniera positiva, raccontando i talenti di una terra martoriata ma dalle mille potenzialità.

Crediamo che, tra questi, spicchi anche il nome di Ezio Castellano, al quale abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

  • Chi fa l’artista ed in particolare il musicista, come te, deve sempre parlare un po’ di sé in un modo o nell’altro. Da ultimo, ti abbiamo visto protagonista di un videoclip a sostegno dell’Associazione Shanti Sahara. Sappiamo che sta riscuotendo molto successo e che la sua causa è particolarmente importante. Ti chiederei, prima di ogni cosa, di parlarci di questa tua ultima iniziativa, spiegandoci qual è il tuo impegno in questa associazione e perchè hai deciso di mettere la tua professionalità al servizio, ma inizia da te. Dove vivi? A quali progetti stai lavorando?

Innanzitutto grazie di cuore per le tue parole. Sono a Milano, vivo qui ormai da 10 anni, ma appartengo a quella categoria di creature che non ha mai smesso di sentirsi legato indelebilmente alla propria terra.

Io e Frank (Rosario Lo Monaco) abbiamo da poco finito di lavorare alle pre-produzioni del secondo disco de La Banda del Pozzo e adesso ci aspetta una bella full immersion nelle prove con gli altri componenti de La Banda, per mettere a punto tutto il nuovo repertorio. Dopo l’ultimo tour (siamo stati in giro ben tre anni e mezzo senza sosta), ognuno di noi ha intrapreso percorsi paralleli che ci hanno arricchito e ci hanno permesso di ritrovarci rinnovati da nuovi stimoli e tanta voglia di ripartire.

Io, nel mio cammino parallelo, ho avuto l’esigenza di fare il punto della situazione di quello che è stato il mio viaggio fino a questo momento, componendo ed arrangiando dodici brani che erano custoditi in un angolo sperduto del mio cuore ed in una cartella remota del pc dal nome “bozze Andi da non tralasciare”. Una mattina, in un periodo particolarmente delicato, ho aperto la cartella ed ho trovato un mondo. Il mio mondo. C’erano bozze di ogni genere, ritornelli, strofe, frammenti di pensieri, note audio e pagine di diario trascritte negli ultimi – intensissimi – anni della mia vita. C’erano i diari dell’India, le memorie di tutti i viaggi che mi hanno segnato indelebilmente, frasi ed appunti presi durante tutti i tour in furgone con La Banda, accenni di melodie canticchiate in note audio che mi rigiravano in testa. A quel punto, ho avuto la necessità e il desiderio di riprendere in mano quei frammenti che sembravano dar voce alle parti più nascoste, ciniche, malinconiche e romantiche di me, la mia autoironia, il mio amore per la Sicilia, la gratitudine per tutti i posti visitati in questi anni e la riconoscenza per ogni sorriso e lacrima versata.

andi e le banane

Durante il rocambolesco viaggio in India, fatto con i fratelli Saro, Simo ed Ema, ho scritto “I diari della stampella”. Il nome si riferisce al fatto che poco prima della partenza mi si è rotto il legamento crociato del ginocchio, ma nonostante ciò ho deciso di partire, supportato da quella che diventó la mia inseparabile amica, la stampella, alla volta di quel viaggio che sapevo avrebbe rappresentato una delle pagine più intense del mio percorso personale.

“I diari della stampella” non sono solo la narrazione di quella avventura, ma anche la descrizione di una condizione emotiva oltre che fisica, a tratti grottesca e giocosa.

Una delle canzoni più malinconiche del disco è “Ritornerò”: una ballata che parla della forza di spirito, della resilienza richiesta ad ognuno di noi quando la nostra condizione fisica, mentale ed emotiva è precaria.

Elisabetta Marzo (una volta mia cara amica, adesso compagna di vita e soprattutto uno degli angeli custodi dell’associazione Shanti Sahara), dopo aver sentito per la prima volta la bozza della canzone,  mi ha detto: “Questa canzone sarebbe perfetta per un video coi nostri bimbi”… di lì a poco, ci siamo messi all’opera per rendere concreta questa nostra visione.

Sono un “volontario jolly” di Shanti Sahara, io e Frank abbiamo sempre organizzato eventi e spettacoli per la raccolta fondi, talvolta ho dato una mano come potevo anche sul campo, con turni in ospedale o in scuola durante l’accoglienza. La vicinanza con i bimbi saharawi ha innescato in me il desiderio di raccontare e mettere in musica la condizione di quelle piccole creature tanto sfortunate quanto coraggiose. Ho trovato Bellezza nel sorriso di Sidi che impara da solo ad andare in carrozzina, in una carezza regalata da Maila dopo essersi ripresa da una crisi epilettica, in un abbraccio di Bachir che impara le prime parole in italiano e che riesce a dirti “ti voglio bene”.

Volevo far emergere la potenza della loro attitudine gioiosa, senza drammi o commiserazioni e dei loro sorrisi che più di ogni altra cosa mi hanno insegnato il valore della vita, della felicità e di come a volte perdiamo tempo prezioso dietro a problemi insignificanti.

Il secondo videoclip è un’idea – geniale – di Simone Fugazzotto (artista talentuoso ed amico fraterno).

Una notte, dopo l’ennesima chiacchierata protratta fino alle ore piccole, ci siamo ritrovati a parlare di come sembri che siamo un po’ tutti diventati schiavi della forma.

Sembra che oggi tutto acquisisca valore solo nel momento in cui viene condiviso in un post di facebook o in una foto su instagram. Comunichiamo, lavoriamo e ci svaghiamo sui social: così Simone ha pensato di immortalare in chiave ironica, velatamente polemica e variopinta una giornata-tipo di un ragazzo di oggi condivisa col mondo attraverso le Instagram Stories. Il montaggio è stato tutt’altro che una passeggiata, a differenza di quanto possa sembrare, anche perché ogni singolo fotogramma è accompagnato dalle animazioni gif che interagiscono col protagonista alla base delle parole del testo e dalle geo-localizzazioni.

Sono orgoglioso perché credo che siamo stati i primi ad aver avuto un’intuizione del genere.

Il primo videoclip, quello di apertura, racconta il disagio che vivono tutti i giovani (precari) che vorrebbero portare avanti le proprie passioni trasformandole nella propria professione e fonte di sostentamento. Siamo in un momento storico delicato e preoccupante per quanto concerne le prospettive lavorative in genere e chi si muove in campi artistici fa ovviamente ancora più fatica.

Nell’intro del video, infatti, interagisco ironicamente con uno psicologo (stanco, disattento, annoiato che non vede l’ora che finisca l’ora di analisi per andare a fare la spesa) raccontando la difficoltà di portare avanti il lavoro di musicista oggi, costretto a dedicarsi contemporaneamente anche ad altri lavori part-time per vivere dignitosamente.

Gli confesso che più volte ho pensato di mollare la musica, che non so per quanto ancora avrò la forza di continuare sapendo che -ahimè- con la musica rischi di non poter vivere anche se ce la metti tutta e gli descrivo un mio incubo ricorrente: quello in cui, stanco e disilluso, regalo i brani ad artisti famosi, mollo la musica perché non ne posso più di attendere gratificazioni che non arrivano per poi assistere alla beffa dei miei brani che hanno successo cantati da altri! In realtà, la seduta di analisi è tutta un sogno durante il quale gli artisti che hanno segnato la mia vita cantano la mia canzone, un collage di ringraziamento per tutti coloro che hanno ispirato la mia musica e la mia vita. Non sto qua a dirti quanto tempo ho impiegato per far quadrare tutti i labiali col testo della canzone…

  • Quando hai preso esattamente la decisione di far coincidere la tua passione con la tua professione? Perchè?

Esattamente l’anno scorso. Ho deciso di dedicarmi completamente alla musica, a tempo pieno, anche se questo avrebbe comportato dei problemi economici. Ho deciso di mettermi alla prova: se tutto andrà bene, avró realizzato il desiderio di vivere di musica, raccogliendo i frutti dei sacrifici di tutti questi anni, altrimenti mollerò tutto.

Ho servito ai tavoli, lavorato in fabbrica facendo i turni di notte, fatto il facchino, lavorato in un cantiere, senza crearmi alcun problema. Ovviamente portare avanti un progetto musicale come intendo io e com’è giusto che sia (con tutto il tempo, la dedizione, la concentrazione necessaria) e fare anche altri lavori diventa logorante, così l’anno scorso ho deciso di chiudermi nel mio studio\cantina per dedicarmi a tempo pieno al mio primo disco solista, lavorando contemporaneamente con Frank alle nuovi produzioni de La Banda del Pozzo e dedicandomi solo a collaborazioni inerenti la musica.

Concepire un disco non è come andare a fare la spesa, ne è come fare una passeggiata. A mio avviso, devi creare lo spazio per “vivere” nel senso più intenso del termine, esternamente ed internamente, creare una rete di energia intorno a te, far succedere o lasciar essere le cose ed essere aperto nei confronti di tutto ciò che ti mostrano il mondo, le persone e gli eventi.

  • Com’è iniziato tutto?

Tutto iniziò quando all’età di 15 anni ho inavvertitamente spaccato letteralmente in due la chitarra acustica Eko di mia sorella sedendomici sopra. Dopo qualche mese, racimolai qualche lira e le ricomprai da un vecchio rivenditore della città una chitarra classica di seconda mano da sessanta mila lire. Nel frattempo, però, l’interesse di mia sorella nei confronti della chitarra scemó e così riposi lo strumento nell’armadio della mia stanza per qualche settimana, fino al momento in cui mi venne una forte bronchite che mi fece restare a casa per parecchi giorni. Durante quel periodo di riposo forzato, decisi di impegnare il tempo iniziando a strimpellare: da lì in poi mi sono appassionato ed ho deciso di approfondire. L’estate successiva, la svolta arrivó grazie al Mister Erasmo, uno dei miei allenatori di pallavolo, che era uno spartito vivente di tutti gli accordi delle canzoni degli U2 (allora il mio gruppo preferito) e che mi ha fatto capire quanto potesse essere facile e bello imparare a suonare uno strumento e poter ricreare la magia di un concerto del tuo gruppo preferito intorno al fuoco di un falò.

  • Qual è stato il progetto che ti ha reso più orgoglioso e felice?

Sicuramente La Banda del Pozzo, soprattutto per un motivo stilistico, perché è con La Banda del Pozzo che ho trovato la mia vera dimensione, il mio vero approccio canoro, testuale e sono “davvero io”.

A livello creativo, l’incontro con Saro è stato decisivo per tutti e due. Entrambi abbiamo sempre avuto le idee molto chiare dal punto di vista stilistico e per quanto riguarda gli obiettivi.

Agli inizi, senza l’aiuto di nessuna agenzia, siamo riusciti a portare in giro per l’italia le nostre canzoni, su mezzi di emergenza come un furgone del 2002 con 300.000 chilometri. Abbiamo sempre avuto ed abbiamo tutt’ora il supporto di un collettivo di musicisti e persone eccezionali (ovviamente anche una vostra conoscenza barcellonese Emanuele Alosi, alla batteria) con le quali abbiamo condiviso esperienze meravigliose.

la banda del pozzo

Ovviamente, aver fatto parte della band di ‪Francesco Sàrcina (‪Le Vibrazioni) ha rappresentato per me un momento di formazione importante e porto con me un bel ricordo del tour fatto per il suo primo album solista e delle prime canzoni de La Banda del Pozzo che lui ha prodotto.

Con La Banda del Pozzo, l’esperienza più emozionante da ricordare è sicuramente il contest che abbiamo vinto e che ci ha permesso di suonare al Concerto del ‪Primo Maggio a Roma.

Una gioia immensa ed un’emozione indescrivibile. Non solo per l’esibizione e per l’unicità dell’evento, ma anche per l’ondata di orgoglio e soddisfazione che sentivamo intorno dalle persone che ci hanno sempre supportato. Abbiamo sempre detto che siamo fortunati perché la stessa gente che ci ha sempre apprezzato e sostenuto è anche quella che ci ha permesso di portare a termine la nostra campagna su musicraiser ben oltre la soglia della quota e che ci ha permesso di produrre e promuovere il disco.

Di certo un altro momento indimenticabile è stato il primo viaggio a Parigi per il videoclip di “Artie e falla innamorar” ed il viaggio in India per il videoclip di “Freme ancor”.

  • I tuoi maestri. Vuoi citarne qualcuno in particolare e raccontare qualche aneddoto che ricordi con smodato affetto?

Un artista che mi ha sempre ispirato e che ammiro in maniera smisurata è ‪Vinicio Capossela. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, scambiare quattro chiacchiere. Una sera eravamo invitati a suonare al Caffè Bandini, una serata organizzata di Vincenzo Cinaski, poeta e scrittore, amico e collaboratore di ‪Vinicio Capossela. La serata era caratterizzata dall’alternanza di recital e letture di Cinaski con interventi musicali, comici e di cabaret.

Quella sera interveniva anche ‪Vinicio Capossela ed io non lo sapevo. Me lo sono trovato lì, siamo stati a trenta centimetri per una serata intera, nello stesso camerino, allo stesso bancone del bar, sul palco.

Di norma io ci metto davvero poco ad iniziare a parlare. Non l’ho fatto, non so perché.

E’ stata l’unica volta che l’ho incontrato di persona.

  • C’è un messaggio che vuoi che la tua Barcellona riceva tramite la nostra testata? Cosa vuoi dire alle nuove generazioni?

Non so se sono in grado di poter insegnare qualcosa alle nuove generazioni. Ma se qualcuno più giovane mi chiedesse un consiglio che sia professionale, musicale o di vita, non credo che mi soffermerei subito su cose “pratiche” o “tecniche”; gli consiglierei di cercare sempre la pace interiore, gli consiglierei di trovare l’equilibrio e l’appagamento con se stessi e con il mondo esterno prima di prendere qualsiasi decisione, perché spesso nel turbinio di pensieri e di fasi delicate della propria vita non si fa mai la scelta più opportuna “se non si è in pace”.
Gli consiglierei di fare il massimo con dedizione ma sempre con leggerezza.
Gli consigliere di affrontare tutto sempre con un sorriso pronto a sorgere sul volto e godersi le cose belle che gli riserva il suo percorso.