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LA STORIA. Precario da 30 anni con uno stipendio di 940 euro al mese

Autore: . Pubblicato il 14 gennaio 2019. Inserito in Attualità, Primo Piano.

E’ da trent’anni precario comunale, esattamente dal lontano 1989, in seguito all’approvazione dell’art. 23 della legge 67 del 1988, che prevedeva il finanziamento di iniziative volte a promuovere l’occupazione nel contesto di attività di utilità collettiva, mediante l’impiego, a tempo parziale, di giovani di età compresa tra i diciotto e i ventinove anni, iscritti nella prima classe delle liste di collocamento.
E’ la storia di Giovanni Savoca, precario comunale attualmente impiegato all’ufficio anagrafe del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, ma potrebbe essere quella di qualunque altro precario italiano e siciliano. Giovanni, cinquantatré anni, affetto da una rara malattia congenita al fegato, di cui in Italia soffrono in tutto altre diciotto persone, è costretto a vivere con novecentoquaranta euro al mese, dei quali la maggior parte viene spesa in farmaci, senza contare i costi dei viaggi della speranza affrontati per curarsi a Padova e a Milano. Ad aggravare le sue condizioni di salute è stato negli anni lo stress subito a causa di un calvario, che lo ha visto entrare nella pubblica amministrazione all’età di ventitré anni nel Comune di Pagliara, senza mai riuscire finora a coronare il sogno della stabilizzazione: “Dopo aver conseguito il diploma di ragioniere – afferma – ho preferito non continuare l’attività di mio padre, che era un imprenditore del settore edile, per tentare di lavorare nella pubblica amministrazione e di avere un’occupazione più stabile. Nel comune di Pagliara ho ricoperto incarichi di prestigio per poi trasferirmi nel 1996 a Barcellona Pozzo di Gotto dove lavorava mia moglie. Nella città del Longano ho lavorato all’ufficio tecnico, a quello tributi e per dodici anni come segretario del difensore civico, incarico che ha fatto scattare in me la passione per la difesa dei diritti dei più deboli. A contatto con quest’ufficio sono venuto a conoscenza di situazioni drammatiche di povertà e di disagio sociale, di cui mi sono fatto carico con grande impegno e partecipazione emotiva”. Di carattere molto intraprendente, testardo e forte, negli anni Giovanni Savoca è diventato il paladino dei diritti dei precari fino a ricoprire l’incarico di responsabile regionale precari del sindacato Usb. Profondo conoscitore delle leggi relative al diritto del Lavoro, Giovanni ha vissuto sulla sua pelle l’odissea di ogni precario, illudendosi più volte di essere arrivato al traguardo e dovendo altre, invece, ricorrere ai tribunali per vedersi riconosciuti diritti che non sono previsti per i lavoratori a tempo determinato, nonostante la Corte di Giustizia europea non solo preveda la stabilizzazione dei lavoratori che prestano il loro servizio da almeno trentasei mesi, ma anche la pari dignità degli stessi rispetto a quelli a tempo indeterminato: “Noi ex articolisti e Lsu – continua Giovanni Savoca – siamo stati per anni lavoratori in nero nell’ambito della pubblica amministrazione: i nostri contributi, infatti, non sono reali, ma solo figurativi. Inoltre, non abbiamo mai potuto usufruire della progressione orizzontale nell’ambito della pianta organica comunale”. Una condizione che non ha consentito di condurre una vita serena a persone, che hanno iniziato a lavorare molto giovani con il cuore carico di illusioni e speranze e che adesso si ritrovano ad essere uomini di mezza età senza alcuna alternativa. “E’ difficile vivere con novecentoquaranta euro al mese – prosegue – se non puoi contare in famiglia su un altro stipendio. Devi limitare le spese al minimo indispensabile, non puoi concederti alcuna distrazione e alcuno svago. Io non ho figli, ma penso a tutti i colleghi che sono padri e madri, che non hanno un euro di contributo e che non possono assicurare un futuro sereno alla propria famiglia. Tuttavia, rifletto anche sulla condizione peggiore di molti lavoratori del settore privato, che spesso vengono pagati con notevole ritardo oppure non percepiscono una giusta retribuzione proporzionale alle ore di servizio svolte. Tutti uomini privati della propria dignità, che non possono alzare la testa per paura di perdere quel poco che hanno”.
Anche la malattia, che di per sé è una condizione di precariato esistenziale, diventa un calvario maggiore, se vissuta senza un lavoro degno di questo nome: “Non tutti i malati affrontano il loro dramma nella stessa condizione. Essere malati da precari non è la stessa cosa che esserlo con un contratto totalmente garantito. Io sono fortunato perché posso contare sul sostegno morale ed economico di mia moglie, ma se fossi stato da solo non mi sarei neppure potuto curare”.
Col tempo al precariato ci si abitua. Talvolta la precarietà lavorativa diventa precarietà di vita, di affetti, di amicizie, un vero e proprio spartiacque tra se stessi e tutto il resto del mondo, che, invece, ce l’ha fatta. Un mostro che piano piano ti fagocita portandoti via anche il diritto di sognare.