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La letteratura di Aliberti spopola in Francia, ecco il suo intervento all’Università Blaise Pascal

Autore: . Pubblicato il 17 maggio 2019. Inserito in Attualità, Cultura.

Per la rubrica di cultura e assecondando la richiesta dl caro prof. Carmelo Aliberti, riprendiamo un suo intervento riguardo al Convegno su: “Mosaique des Frontieres dans la litterature italienne contemporaine” dello scorso 14 ottobre 2017, presso l’Università Blaise Pascal di Clermond Ferrand-Francia, al quale è seguita una pubblicazione, nel maggio 2018, all’interno della collana di Studi Universitari del CELIS.

Al Convegno hanno partecipato, su invito, docenti di diverse università francesi,di Siena e di Udine,che,con specifici interventi,hanno esplorato le problematiche dei confini e delle popolazioni che hanno subito gli orrori delle invasioni,delle torture,delle guerre e della dolorosa epopea della diaspora, fino all’abbattimento delle frontiere con l’UE e con i recenti muri innalzati di fronte all’immigrazione dilagante per le sanguinose guerre e per la crisi mondiale che ha devastato l’economia di tanti paesi del mondo. Ha curato i lavori del Convegno il prof. Jean Igor Ghidina, che ha introdotto e concluso l’importante Convegno-Studi su un problema di drammatica attualità, su cui lo stesso Ghidina si è occupato di diversi autori, Vialle”tra cui Sgorlon e il nomadismo dei popoli oppressi. E’ stato trattato anche l’esilio di Quasimodo,attraverso l’analisi di diverse poesie,in cui c’è il rimpianto della patria perduta,mentre Nicolas Violle dell’Università organizzatrice ha analizzato il tema del Convegno nell’opera di Sergio Vassalli.

Riportiamo integralmente l’intervento del Prof. Carmelo Aliberti su Fulvio Tomizza.

Presso Fulvio Tomizza (1935-1999), l’identità di frontiera è indissociabile dagli anni giovanili trascorsi in Istria e dal trauma dell’esilio consecutivo all’annessione della regione natia dalla Jugoslavia nel 1954. Tomizza era vissuto in una comunità contadina insieme italofona e slavofona raffigurata nel suo primo romanzo in parte autobiografico Materada. L’infierire della coartazione politica istituzionalizzata dal regime comunista del maresciallo Tito che impone di scegliere tra l’Italia o la Jugoslavia provoca un dilemma fra gli autoctoni che vivono la nuova frontiera come un defraudamento identitario. La cortina di ferro in quanto limes si sostituisce al limen, alla soglia di scambio interculturale che, nonostante i sussulti storici, dava un certo senso alla Mitteleuropa. Oltre l’abbarbicamento testimoniale e memoriale, Fulvio Tomizza pone in risalto altre sfaccettature dell’identità e della frontiera mediante racconti ambientati in varie epoche in cui gli umili difendono la propria dignità di fronte all’oppressione. In questo caso, la frontiera è sinonimo di emancipazione e di palingenesi, di speranza di ritrovare una specie di paradiso perduto, talvolta in un movimento fra immanenza e trascendenza. Fulvio Tomizza lascia pure intravedere la condizione umana, fra miseria e volontà di riscatto, che non può essere occultata dai marchingegni tecnologici. In sostanza, l’identità personale, per quanto condizionata dalla società, rimane comunque dinamica e in fieri, collegando il particolare e l’universale. (Mots-clés : Istrie, identité, frontière, altérité, exil) Nel caso di Fulvio Tomizza, il concetto di identità e quello di frontiera sono strettamente intrecciati nell’alveo di vicende che hanno inciso sulla sua giovinezza a Materada in Istria, nei pressi dell’odierna Umag facente parte della Croazia(1) . Anzi, quasi tutte le opere da lui scritte scaturiscono dalla trasfigurazione di eventi storici che hanno messo a soqquadro la sua esistenza e quella dei propri conterranei. Mentre durante il Ventennio era stata la fascistizzazione (1. Cf. Carmelo Aliberti, Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima, Edizioini Terzo Millennio,Trieste 2014, 64, Carmelo Aliberti) ad opprimere gli abitanti autoctoni slavi, è noto che dopo il memorandum di Londra del 1954 con cui la zona B, quella della zona istriana, venne assegnata alla Jugoslavia, il regime comunista di Tito infierì sugli italiani di quella terra, con persecuzioni, con fucilazioni e infoibamenti, vietando per i superstiti l’uso del proprio idioma e la pratica della propria fede religiosa, tant’è vero che le chiese vennero chiuse o adibite a depositi. Da allora, si acuì l’esodo di tanti istriani, fra cui la famiglia di Fulvio Tomizza, oltre la frontiera con l’Italia per poter ricominciare a vivere. Il giovane Tomizza rimase ustionato da tante scene di coartazione e, data la profonda sensibilità lacerata, decise anche lui di varcare la frontiera e di insediarsi a Trieste che lo abbacinò con le sontuose architetture dei suoi palazzi patrizi di stile asburgico, con la stupenda cornice naturale, con l’argenteo luccichio delle acque del golfo e con la sconfinatezza del suo cielo azzurro. Ma le scene di barbara efferatezza, le piaghe inferte da un implacabile destino agli oppressi della sua terra, il vedere i camini ormai spenti delle case, la terra rossa istriana tanto amata ormai incolta, il paese natio che via via si spopolava lasciando la chiesa vuota, il rimorso dei contrasti col padre, la gioia di aver vissuto in una comunità unita da vera amicizia accentuarono la sua sofferenza fino a trasformarsi in assillo. A Trieste, si imbatté negli stessi scontri etnici e ideologici in gruppi chiusi e cercò di ripristinare la convivenza pacifica tra gente diversa e in permanente conflittualità. Provò timidamente a propiziare rapporti distesi, ma sfumato il tentativo, si rifugiò nell’amore di Laura che gli fu fedele e lo amò per tutta la vita. Gli inconciliabili rapporti fra le etnie e le culture, Tomizza tentò di risolverli nella letteratura per scoprire il senso profondo della vita, compiendo anche viaggi in cui andò cercando le sue radici e quindi la sua identità, per cui peregrinò in Dalmazia riannodando le fila con la terra degli avi, attraversando la campagna, avvolto da profumi inebrianti di un luogo edenico serbato e impresso nell’anima, fino ad approdare al villaggio dove vissero i suoi antenati in un idilliaco accostarsi alla purezza della natura. Il viaggio finale è compiuto con una ragazza accanto che legge silenziosamente nei suoi pensieri, come lo scrittore racconta nel volume postumo Il sogno dalmata2 , dove tentò di lenire con la scrittura gli irrisolti spasimi interiori, a contatto con una limpida e sublime atmosfera, lontano dagli orrori della vita, del mondo e della storia. La narrativa di Tomizza è caratterizzata da numerosi motivi tematici espressi con un’adeguata struttura compositiva e( 2. Fulvio Tomizza, Il sogno dalmata, Milano, Mondadori, 2002. vol-mosaique.indb 64 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza 65) strumentazione linguistica, in cui il mondo da lui rappresentato possa totalmente riconoscersi con immediata semplicità. Uno dei topoi che permea tutte le sue opere è quello dello sradicamento, cioè di quella patita esperienza che, per le ragioni già accennate, spinse prima la sua gente, e successivamente lo stesso autore ad abbandonare la tanto amata terra delle radici, divenuta invivibile, soprattutto per le persecuzioni subite dal padre dello scrittore. La percezione di tale fenomeno è avvertibile già in Materada(3) dai Coslovich in un contesto di incombente e misterioso sospetto, mentre ne La ragazza di Petrovia4 tale condizione si rivela patentemente nei comportamenti, nei rapporti tra le persone e le cose, che sembrano misteriosamente dirigersi verso l’esilio. Tutto il ciclo autobiografico di Stefano Markovich sviluppa gradatamente l’itinerario dello sradicamento, della successiva dispersione fisica, dello strappo psicologico e del tentato ritorno al recupero dell’identità etnico-culturale e antropologica dopo lo sbandamento interiore. La dispersione di un popolo riporta alla memoria la diaspora più nota, la tragica fuga degli ebrei per il mondo; il dolore di un popolo, privo della “terra dell’anima” costituirà un fardello oneroso che determinerà una costante e silente condizione di angoscia, trasparente nel timore che i contadini istriani si porteranno sempre dietro nel rapporto altrui. Ma il concetto di sradicamento e del conseguente esodo non limitano la tastiera argomentativa dell’opera tomizziana, ma dal perno tematico fondamentale si irradiano vari motivi che irrorano emozioni, valori, riflessioni, analisi di nozioni diverse che si esplicano in sentimenti universali, come l’amore, l’egoismo, l’avidità, la solitudine esistenziale; e soprattutto la tragedia psicologica e intellettuale, lo scavo sotterraneo nei meandri dell’io e della storia di chi è stato condannato a vivere con il conflitto interiore di due contrapposte culture, spinto tra due poli contrapposti di una terra, senza la possibilità di poter riagganciarsi alle radici della propria identità. La formazione di Tomizza risulta intrisa delle coordinate emozionali, affettive, ideali ed etiche della sua gente di estrazione agro-pastorale con il corollario di usanze, costumi, mentalità, valori e con la religione del sacrificio; insomma, il fulcro della rassegnazione insita nella civiltà contadina che innalzato a simbolo della propria esistenza lascia trasparire un libero sentimento d’amore umano e cristiano, realisticamente visitato nelle affinità, nelle (3. Fulvio Tomizza, Materada, Milano, Mondadori, 1960. 4. Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Milano, Mondadori, 1963. vol-mosaique.indb 65 17/04/2018 14:48 66, Carmelo Aliberti) contraddizioni e nella spontaneità del suo sentire e manifestarsi. Tomizza si confrontò poi con la cultura della città borghese, con le sue allucinanti simbologie dall’esasperato individualismo che spesso rasenta atteggiamenti superomistici, la sua innata propensione alla mitologia del denaro, del potere, del sesso e, comunque con la venerazione dell’apparire e non dell’essere, in cui confluivano i frammenti di un influsso mitteleuropeo. Tomizza, tuttavia, rimase nelle latitudini mentali ed etiche, uno scrittore “contadino” che include in molti suoi romanzi le regole, le strutture, i valori, il senso della fatica e della famiglia. Tale civiltà risulta dominante, sia nella Trilogia istriana, che ne La miglior vita5 , fino a diventarne l’involucro di ogni scheggia della sua attività creativa. Nelle altre opere essa si rivela come cornice limitativa, come flusso della memoria, come risucchiamento lirico nei momenti di maggior attrito con la realtà, ed affiora costantemente in richiami pungenti dell’io, quando non riesce a collocarsi in una scia consolatrice, quando l’egoismo umano ripudia ogni sentimento di amicizia e di amore. Ne discende un quasi utopistico rapporto con la natura che, nei momenti bui dell’esistere, espande nel cuore dei personaggi di Tomizza (esiti simbolici sempre di un’interiore realtà autobiografica) un soffio di profumi, l’abbaglio di colori, l’armonia delle voci, il riecheggiamento di sentimenti genuini che sono calati per sempre nel suo essere e ne diventano il puntello ideale in ogni momento di vuoto e di svilimento esistenziale. Anche le creature che la popolano con l’estraneità ad ogni forma di male che inonda la vita dell’uomo, anzi con l’autenticità della propria gestualità non artificiosa; sono momenti che contribuiranno a risanare questo legame ombelicale tra lo scrittore e la natura, tanto che in tante fasi del suo narrare, come ne Il bosco di acacie6 , lo scrittore osserva con una certa nostalgia (per non dire rimpianto o dolore) l’avvio della meccanizzazione nel lavoro dei campi, che egli non rifiuta perché frutto del progresso, ma di cui diffida per la soppressione del rapporto d’amore tra l’uomo e la terra. Ma Tomizza è un intellettuale che recepisce qualsiasi forma di evoluzione, perciò sbarcato a Trieste, pur potenziando l’identità effettiva del suo sentire, non adotta posizioni di rifiuto della dilagante civiltà industriale che, a Trieste, celebra i suoi trionfi, con la creazione di imperi economici che vanno frantumando la vulnerabilità del proprio mondo. Ma l’essere scrittore di confine non impedì (La frontiera in Fulvio Tomizza 67) a Tomizza di accertare le due facce delle sue culture. E se da una parte la civiltà contadina corrispondeva all’ideologia comunista, di cui egli reca significative tracce, dall’altra parte il richiamo della libertà della democrazia occidentale gli consentiva di sentirsi a Trieste un uomo immune da condizionamenti. Perciò, l’adattamento in un ambiente contrapposto alle sue radici interiori non gli fu difficile anche perché nella civiltà letteraria triestina brillavano grandi nomi della cultura europea, diversi tra di loro, ma assimilati dalla partecipazione ad un’atmosfera sui generis, in cui si cristallizzavano e convivevano culture diverse che contribuivano a densificare ulteriormente gli avvenimenti narrativi di Tomizza, non solo sul piano linguistico, ma anche sul piano dell’assillo morale. Perciò a Tomizza, pur sempre travagliato dagli ingredienti delle due culture, l’inserimento nella società triestina fu blando, grazie anche al suo sentimento d’amore sbocciato per Laura  (che poi sposò) e che rese semplificò il suo adattamento alla cerchia borghese triestina, alternando la sua abitazione a Trieste con le costanti fughe verso la sua città natale, dove sovente si appartava per ritrovare una maggiore concentrazione e continuare ad assaporare, alle sorgenti della sua esistenza, il respiro d’ulivo e l’aura carezzevole di una terra, di una casa, della madre, che gli facevano ritrovare quella purezza di affetti e di ricordi che lo stimolavano a scrivere con una certa innata celerità e concentrazione. Pertanto la diaspora non si conclude con l’allontanamento dai luoghi prediletti della sua adolescenza e prima giovinezza, ma nella vita dello scrittore scoccarono costanti viaggi di andata e ritorno, provocati dalla stessa ragione conclusi sempre allo stesso modo. Tale nomadismo si riflette nella produzione narrativa di romanzi autobiografici come ne L’albero dei sogni , nel quale il protagonista Stefano Markovich, dopo la morte del padre, abbandona Giurizzani e incomincia a solcare il sud della Jugoslavia, quasi in cerca di nuove motivazioni e conforto esistenziale, ma l’inevitabile richiamo della terra d’origine lo calamita, sia pure per poco. Infatti, il personaggio, dopo una poderosa riflessione, ricalca le orme dell’esilio. Ne La città di Miriam , il distacco da Trieste avviene verso Città del Messico, ma si tratta di un viaggio più duraturo, in quanto, anche se apparentemente la lunga sosta in quella città sembra dovuta a motivi professionali, in effetti il protagonista è costantemente scosso da riflessioni e ripensamenti che rendono più maturo il suo sentimento, tanto che il ritorno a Trieste coincide con un rapporto viepiù( 7. Fulvio Tomizza, L’albero dei sogni, Milano, Mondadori, 1969. 8. Fulvio Tomizza, La città di Miriam, Milano, Mondadori, 1971. vol-mosaique.indb 67 17/04/2018 14:48 68 Carmelo Aliberti) affettuoso con Miriam e un più saldo collegamento con la città giuliana. Il suo statuto di intellettuale di confine non gli consente di stanziarsi in un’area ben definita, ma le spinte interiori delle due culture, coniugate con le esperienze personali spesso avviluppate dello scrittore lo inducono a frequenti peregrinazioni, motivate apparentemente da circostanze occasionali, verso diverse aree del pianeta, dove Tomizza si porta sempre nell’anima la martellante tortura dello scivolamento nell’alveo naturale, in cui sono maturati i suoi valori, e della sua inconscia attrazione ideologica e attrazione.-repulsione della civiltà occidentale, dove le nuove ideologie nazionalistiche aggrediscono, nella linfa vitale della sua anima, la corda tesa della purezza sorgiva. Il tema del nomadismo continua a svilupparsi nel viaggio a Praga per una conferenza in Dove tornare, dove l’autore segue, attraverso le osservazioni del suo protagonista, la dilaniante antinomicità, le ribollenti diatribe e le conflittuali contraddizioni ingigantite, già sofferte e prevalenti nel suo universo creativo. A questo punto, di fronte a tante direttrici creative e considerando anche alcuni nodi strutturali e tematici, la critica si è chiesta di poter catalogare Tomizza tra il lungo elenco degli scrittori triestini contemporanei. Nel cerchio delle opere della triestinità di Svevo, di Slataper, di Quarantotti Gambini, di Stuparich, di Magris, i cui contenuti e la cui atmosfera spesso traspaiono nella sua opera, si è conquistato un posto autonomo ed è stato definito istriano indipendente e triestino nuovo(9) . Con il romanzo Franziska10, Tomizza riprende, con rinnovata intensità realistica e convinzione cromosomica, a sviluppare la sua indagine sul mondo della frontiera, sulle oscillazioni di due civiltà a contatto, ritornando ad orientare l’obiettivo in maniera più visibile, verso diverse forme di conoscenze, mossa da situazioni insite nella patologia antropologica dei personaggi, dove la problematica dei singoli interpreti viene analizzata in maniera più omogenea e profonda. Ora, il problema del confronto-scontro fra civiltà di frontiera diventa silenzioso conflitto per il consolidarsi della personalità, su una linea inconscia e psicoanalitica, dove tra segrete opposizioni traumatiche, pur nell’interno del gomitolo dell’amore e di situazioni protese fino al paradosso, emerge, nelle impazienze e nelle figure turbate dei protagonisti, la vera realtà interiore di Tomizza, quella straziante verità (9. Marco Neirotti, Invito alla scrittura di Tomizza, Milano, Mursia, 1997, p. 24. 10. Fulvio Tomizza, Franziska, Milano, Mondadori, 1997. vol-mosaique.indb 68 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza (69)) esistenziale che lo scrittore aveva sempre terapizzato con l’impeto della creatività, dell’arte, della parola. Franziska, figlia del falegname Skrijac, è nata all’alba del Novecento e riceve in dono, secondo l’immaginazione dello scrittore, molte corone, diventando figlioccia dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ricorrendo ancora ad un epistolario originale, in cui sono racchiusi la vita, i sogni, gli affetti, Tomizza racconta la traumatizzante delusione sentimentale subita dalla protagonista, una slovena del Carso a Trieste, nella sua relazione amorosa con l’italiano di Cremona, Nino Ferrari, ufficiale che esercita il mestiere di ingegnere. La timidezza, i grovigli insensati, le misteriose icone incomunicabili di due anime che non riescono a tramutare in omogenea rifrazione affettiva le sconosciute spinte del paesaggio espropriato del cuore. Gli artigli infrangibili di due ineludibili somiglianze storiche impediscono ai suoi personaggi di intendersi e di poter instaurare un sognato e affabulante idillio. Ritorna il solito Tomizza, il più autentico, che interroga la storia, con l’atroce patimento dello scrittore e dell’uomo ubicato su una posizione di frontiera che scruta un’umanità scissa e contrapposta, incomunicabile, in lotta fratricida e perciò sconfitta, e che piange per il fratello-uomo che non sa ritrovarsi nell’unità del proprio essere in una comunità concorde. In un unico destino di solidarietà, di sollievo e di resistenza al male e alla morte dei sentimenti, si compenetrano i temi di uno scrittore che non è riuscito a colmare la ferita interiore delle sue origini di uomo, nato in bilico tra due culture, accettate e rifiutate in cerca di un paese sublime dell’anima, dove poter tornare e vivere in pace per sempre. Pertanto il fallimento del sogno, cosparso nelle sue opere, ha lasciato, nel suo cuore, irrisolto il problema di un’inestinguibile angoscia che poteva distruggere in Tomizza la stessa voglia di vivere. Per definirla con i versi di Borges, in Franziska c’è la storia, l’indignazione, l’amore, il sapore dell’irreale, come osserva Luisa Trenta Russo. Figlia dell’arido Carso, torna, dopo una serie di tristi vicende, a tendere le mani alle foglie vermiglie della sua fanciullezza, bella e basta, come il proprio amore esaltato e vano. Tutta la narrazione, con la sua incantevole protagonista, è l’esito perfetto di una rigorosa concentrazione, nutrita di esperienza, sui fatti della storia e della vita con quel tocco di favola (o poesia) dalla quale Fulvio Tomizza si fa a volte lambire metabolizzandone l’essenza, ma non travolgere. Cioè col senso vivo di quei valori dell’esistenza (la propria in particolare) che la memoria trasfigura in mito(11. 11. L. Trenta Russo, Lo specchio di Gogol, Caltanissetta, Centro Studi “G. Pastore”, 2000, p. 101. vol-mosaique.indb 69 17/04/2018 14:48 70 Carmelo Aliberti) Dall’atmosfera magica dell’infanzia, scandita da ansie, sogni e talvolta da oscuri presentimenti di morte, Franziska, dopo l’assassinio dell’arciduca d’Austria, che la scioglie da ogni illusione e da ogni interrogativo sulla sua nascita, vive una relazione amorosa difficile con il tenente Nino Ferrari, ma la diversità di cultura e di lingua spinge lo scrittore a cercare nelle fonti epistolari le fosche griglie di un vuoto che gradualmente avvinghia la ragazza, uscita dal clima inebriante dell’adolescenza. Per cui, in preda a un sentimento di sconfitta, durante i duri tempi della guerra, ritorna alla sua casa di campagna, abbandonata alla fatiscenza e alla corrosione del tempo. Allora anche la sua inquietudine incomincia a sedarsi nell’accettazione della solitudine invasa dal sentimento della devastazione sentimentale, nella desolazione dell’amore perduto e svanito nel nulla e ritemprata dai profumi della sua terra e dai ricordi delle minime gioie dell’infanzia. Così anche in Franziska si affaccia l’abisso che separa due esistenze, due microcosmi spirituali e rilancia le distanze che le convenzioni formali e le rigide leggi dell’esistenza evidenziano anche oltre le diversità culturali, relegando nel solipsismo lo stesso respiro dell’essere. Sotto il profilo tecnico-strutturale ed espressivo, come esemplarmente commenta l’insigne critico Giuseppe Amoroso: “Il narrato avanza denso, gonfio di cose e di riflessioni, sposta l’obiettivo dal mondo rappresentato a un piano di confessioni, dove Tomizza si arresta con un suo colloquiale modo di intrattenere il lettore e di chiarirgli i nodi del testo… Controllato in ogni circostanza, serrato in un blocco di situazioni martellate da uno svolgimento fermo, stabilmente lineare, il racconto ottiene effetti di plastica evidenza, segnalando episodi minimi e facendo appena ruotare la luce sulle superfici12”). In questo romanzo, Tomizza ripropone il tema della divisione, della frontiera. Ritorna ancora lo spirito che ha animato le varie opere dello scrittore; quella necessità ineludibile di superare le barriere ideologiche, linguistiche ed etniche alla ricerca dell’uomo, della sua vera essenza. Il superamento delle barriere è un messaggio che si carica di implicanze simboliche, indispensabili oggi. Lo stesso scrittore ha lasciato intendere che sentiva forte lo spirito europeo, ma che la frontiera sussisteva. Una constatazione amara che conferma la visione pessimistica di Tomizza che è (12. G. Amoroso, Il notaio della Via Lattea, Caltanissetta-Roma, S. Sciascia Editore, 2000, p. 53. vol-mosaique. indb 70 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza (71)) sprofondato nei labirinti incrociati e divergenti della storia del presente e del passato con gli strumenti della letteratura e che solo nella proiezione onirica tenterà di superare, affidando il proprio segreto dolore al volo della fantasia, con cui cercherà di individuare e terapizzare le radici del Male personale e universale. In Materada, il dialogo tra Franz e Berto palesa il significato complesso assunto dalla nozione di frontiera rispetto al richiamo identitario. Io non sono un tipo da far prediche, ma voglio dirti quello che penso. La terra non è tutto, Berto. Se fosse tutto, noi avremmo fatto di tutto per riaverla. […] Ha ragione barba Nin: noi non siamo per questo regime. Forse ci vuole altro fegato. Oppure ci si fa un poco alla volta, ma io questo non voglio; io di questo ho paura. Hai visto? Volevano che firmassi quella carta per mettere in disgrazia un uomo(13). Franz ha rifiutato la delazione ai danni dello zio chiesta dal regime comunista preferendo rinunciare alla spirale della violenza mimetica e quindi al deturpamento morale. Anziché impossessarsi della terra agognata, Franz accetta di rinunciare a un vantaggio materiale e contingente per cui il suo abbandono dell’avito paese istriano che determina il varco del confine con l’Italia va di pari passo con la frontiera dell’anima, scrigno spirituale da non sperperare.  Presso Fulvio Tomizza (1935-1999), l’identità di frontiera è indissociabile dagli anni giovanili trascorsi in Istria e dal trauma dell’esilio consecutivo all’annessione della regione natia dalla Jugoslavia nel 1954. Tomizza era vissuto in una comunità contadina insieme italofona e slavofona raffigurata nel suo primo romanzo in parte autobiografico Materada. L’infierire della coartazione politica istituzionalizzata dal regime comunista del maresciallo Tito che impone di scegliere tra l’Italia o la Jugoslavia provoca un dilemma fra gli autoctoni che vivono la nuova frontiera come un defraudamento identitario. La cortina di ferro in quanto limes si sostituisce al limen, alla soglia di scambio interculturale che, nonostante i sussulti storici, dava un certo senso alla Mitteleuropa. Oltre l’abbarbicamento testimoniale e memoriale, Fulvio Tomizza pone in risalto altre sfaccettature dell’identità e della frontiera mediante racconti ambientati in varie epoche in cui gli umili difendono la propria dignità di fronte all’oppressione. In questo caso, la frontiera è sinonimo di emancipazione e di palingenesi, di speranza di ritrovare una specie di paradiso perduto, talvolta in un movimento fra immanenza e trascendenza. Fulvio Tomizza lascia pure intravedere la condizione umana, fra miseria e volontà di riscatto, che non può essere occultata dai marchingegni tecnologici. In sostanza, l’identità personale, per quanto condizionata dalla società, rimane comunque dinamica e in fieri, collegando il particolare e l’universale. (Mots-clés : Istrie, identité, frontière, altérité, exil) Nel caso di Fulvio Tomizza, il concetto di identità e quello di frontiera sono strettamente intrecciati nell’alveo di vicende che hanno inciso sulla sua giovinezza a Materada in Istria, nei pressi dell’odierna Umag facente parte della Croazia(1) . Anzi, quasi tutte le opere da lui scritte scaturiscono dalla trasfigurazione di eventi storici che hanno messo a soqquadro la sua esistenza e quella dei propri conterranei. Mentre durante il Ventennio era stata la fascistizzazione (1. Cf. Carmelo Aliberti, Fulvio Tomizza e la frontiera dell’anima, Edizioini Terzo Millennio,Trieste 2014, 64, Carmelo Aliberti) ad opprimere gli abitanti autoctoni slavi, è noto che dopo il memorandum di Londra del 1954 con cui la zona B, quella della zona istriana, venne assegnata alla Jugoslavia, il regime comunista di Tito infierì sugli italiani di quella terra, con persecuzioni, con fucilazioni e infoibamenti, vietando per i superstiti l’uso del proprio idioma e la pratica della propria fede religiosa, tant’è vero che le chiese vennero chiuse o adibite a depositi. Da allora, si acuì l’esodo di tanti istriani, fra cui la famiglia di Fulvio Tomizza, oltre la frontiera con l’Italia per poter ricominciare a vivere. Il giovane Tomizza rimase ustionato da tante scene di coartazione e, data la profonda sensibilità lacerata, decise anche lui di varcare la frontiera e di insediarsi a Trieste che lo abbacinò con le sontuose architetture dei suoi palazzi patrizi di stile asburgico, con la stupenda cornice naturale, con l’argenteo luccichio delle acque del golfo e con la sconfinatezza del suo cielo azzurro. Ma le scene di barbara efferatezza, le piaghe inferte da un implacabile destino agli oppressi della sua terra, il vedere i camini ormai spenti delle case, la terra rossa istriana tanto amata ormai incolta, il paese natio che via via si spopolava lasciando la chiesa vuota, il rimorso dei contrasti col padre, la gioia di aver vissuto in una comunità unita da vera amicizia accentuarono la sua sofferenza fino a trasformarsi in assillo. A Trieste, si imbatté negli stessi scontri etnici e ideologici in gruppi chiusi e cercò di ripristinare la convivenza pacifica tra gente diversa e in permanente conflittualità. Provò timidamente a propiziare rapporti distesi, ma sfumato il tentativo, si rifugiò nell’amore di Laura che gli fu fedele e lo amò per tutta la vita. Gli inconciliabili rapporti fra le etnie e le culture, Tomizza tentò di risolverli nella letteratura per scoprire il senso profondo della vita, compiendo anche viaggi in cui andò cercando le sue radici e quindi la sua identità, per cui peregrinò in Dalmazia riannodando le fila con la terra degli avi, attraversando la campagna, avvolto da profumi inebrianti di un luogo edenico serbato e impresso nell’anima, fino ad approdare al villaggio dove vissero i suoi antenati in un idilliaco accostarsi alla purezza della natura. Il viaggio finale è compiuto con una ragazza accanto che legge silenziosamente nei suoi pensieri, come lo scrittore racconta nel volume postumo Il sogno dalmata2 , dove tentò di lenire con la scrittura gli irrisolti spasimi interiori, a contatto con una limpida e sublime atmosfera, lontano dagli orrori della vita, del mondo e della storia. La narrativa di Tomizza è caratterizzata da numerosi motivi tematici espressi con un’adeguata struttura compositiva e( 2. Fulvio Tomizza, Il sogno dalmata, Milano, Mondadori, 2002. vol-mosaique.indb 64 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza 65) strumentazione linguistica, in cui il mondo da lui rappresentato possa totalmente riconoscersi con immediata semplicità. Uno dei topoi che permea tutte le sue opere è quello dello sradicamento, cioè di quella patita esperienza che, per le ragioni già accennate, spinse prima la sua gente, e successivamente lo stesso autore ad abbandonare la tanto amata terra delle radici, divenuta invivibile, soprattutto per le persecuzioni subite dal padre dello scrittore. La percezione di tale fenomeno è avvertibile già in Materada(3) dai Coslovich in un contesto di incombente e misterioso sospetto, mentre ne La ragazza di Petrovia4 tale condizione si rivela patentemente nei comportamenti, nei rapporti tra le persone e le cose, che sembrano misteriosamente dirigersi verso l’esilio. Tutto il ciclo autobiografico di Stefano Markovich sviluppa gradatamente l’itinerario dello sradicamento, della successiva dispersione fisica, dello strappo psicologico e del tentato ritorno al recupero dell’identità etnico-culturale e antropologica dopo lo sbandamento interiore. La dispersione di un popolo riporta alla memoria la diaspora più nota, la tragica fuga degli ebrei per il mondo; il dolore di un popolo, privo della “terra dell’anima” costituirà un fardello oneroso che determinerà una costante e silente condizione di angoscia, trasparente nel timore che i contadini istriani si porteranno sempre dietro nel rapporto altrui. Ma il concetto di sradicamento e del conseguente esodo non limitano la tastiera argomentativa dell’opera tomizziana, ma dal perno tematico fondamentale si irradiano vari motivi che irrorano emozioni, valori, riflessioni, analisi di nozioni diverse che si esplicano in sentimenti universali, come l’amore, l’egoismo, l’avidità, la solitudine esistenziale; e soprattutto la tragedia psicologica e intellettuale, lo scavo sotterraneo nei meandri dell’io e della storia di chi è stato condannato a vivere con il conflitto interiore di due contrapposte culture, spinto tra due poli contrapposti di una terra, senza la possibilità di poter riagganciarsi alle radici della propria identità. La formazione di Tomizza risulta intrisa delle coordinate emozionali, affettive, ideali ed etiche della sua gente di estrazione agro-pastorale con il corollario di usanze, costumi, mentalità, valori e con la religione del sacrificio; insomma, il fulcro della rassegnazione insita nella civiltà contadina che innalzato a simbolo della propria esistenza lascia trasparire un libero sentimento d’amore umano e cristiano, realisticamente visitato nelle affinità, nelle (3. Fulvio Tomizza, Materada, Milano, Mondadori, 1960. 4. Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Milano, Mondadori, 1963. vol-mosaique.indb 65 17/04/2018 14:48 66, Carmelo Aliberti) contraddizioni e nella spontaneità del suo sentire e manifestarsi. Tomizza si confrontò poi con la cultura della città borghese, con le sue allucinanti simbologie dall’esasperato individualismo che spesso rasenta atteggiamenti superomistici, la sua innata propensione alla mitologia del denaro, del potere, del sesso e, comunque con la venerazione dell’apparire e non dell’essere, in cui confluivano i frammenti di un influsso mitteleuropeo. Tomizza, tuttavia, rimase nelle latitudini mentali ed etiche, uno scrittore “contadino” che include in molti suoi romanzi le regole, le strutture, i valori, il senso della fatica e della famiglia. Tale civiltà risulta dominante, sia nella Trilogia istriana, che ne La miglior vita5 , fino a diventarne l’involucro di ogni scheggia della sua attività creativa. Nelle altre opere essa si rivela come cornice limitativa, come flusso della memoria, come risucchiamento lirico nei momenti di maggior attrito con la realtà, ed affiora costantemente in richiami pungenti dell’io, quando non riesce a collocarsi in una scia consolatrice, quando l’egoismo umano ripudia ogni sentimento di amicizia e di amore. Ne discende un quasi utopistico rapporto con la natura che, nei momenti bui dell’esistere, espande nel cuore dei personaggi di Tomizza (esiti simbolici sempre di un’interiore realtà autobiografica) un soffio di profumi, l’abbaglio di colori, l’armonia delle voci, il riecheggiamento di sentimenti genuini che sono calati per sempre nel suo essere e ne diventano il puntello ideale in ogni momento di vuoto e di svilimento esistenziale. Anche le creature che la popolano con l’estraneità ad ogni forma di male che inonda la vita dell’uomo, anzi con l’autenticità della propria gestualità non artificiosa; sono momenti che contribuiranno a risanare questo legame ombelicale tra lo scrittore e la natura, tanto che in tante fasi del suo narrare, come ne Il bosco di acacie6 , lo scrittore osserva con una certa nostalgia (per non dire rimpianto o dolore) l’avvio della meccanizzazione nel lavoro dei campi, che egli non rifiuta perché frutto del progresso, ma di cui diffida per la soppressione del rapporto d’amore tra l’uomo e la terra. Ma Tomizza è un intellettuale che recepisce qualsiasi forma di evoluzione, perciò sbarcato a Trieste, pur potenziando l’identità effettiva del suo sentire, non adotta posizioni di rifiuto della dilagante civiltà industriale che, a Trieste, celebra i suoi trionfi, con la creazione di imperi economici che vanno frantumando la vulnerabilità del proprio mondo. Ma l’essere scrittore di confine non impedì (La frontiera in Fulvio Tomizza 67) a Tomizza di accertare le due facce delle sue culture. E se da una parte la civiltà contadina corrispondeva all’ideologia comunista, di cui egli reca significative tracce, dall’altra parte il richiamo della libertà della democrazia occidentale gli consentiva di sentirsi a Trieste un uomo immune da condizionamenti. Perciò, l’adattamento in un ambiente contrapposto alle sue radici interiori non gli fu difficile anche perché nella civiltà letteraria triestina brillavano grandi nomi della cultura europea, diversi tra di loro, ma assimilati dalla partecipazione ad un’atmosfera sui generis, in cui si cristallizzavano e convivevano culture diverse che contribuivano a densificare ulteriormente gli avvenimenti narrativi di Tomizza, non solo sul piano linguistico, ma anche sul piano dell’assillo morale. Perciò a Tomizza, pur sempre travagliato dagli ingredienti delle due culture, l’inserimento nella società triestina fu blando, grazie anche al suo sentimento d’amore sbocciato per Laura (che poi sposò) e che rese semplificò il suo adattamento alla cerchia borghese triestina, alternando la sua abitazione a Trieste con le costanti fughe verso la sua città natale, dove sovente si appartava per ritrovare una maggiore concentrazione e continuare ad assaporare, alle sorgenti della sua esistenza, il respiro d’ulivo e l’aura carezzevole di una terra, di una casa, della madre, che gli facevano ritrovare quella purezza di affetti e di ricordi che lo stimolavano a scrivere con una certa innata celerità e concentrazione. Pertanto la diaspora non si conclude con l’allontanamento dai luoghi prediletti della sua adolescenza e prima giovinezza, ma nella vita dello scrittore scoccarono costanti viaggi di andata e ritorno, provocati dalla stessa ragione conclusi sempre allo stesso modo. Tale nomadismo si riflette nella produzione narrativa di romanzi autobiografici come ne L’albero dei sogni , nel quale il protagonista Stefano Markovich, dopo la morte del padre, abbandona Giurizzani e incomincia a solcare il sud della Jugoslavia, quasi in cerca di nuove motivazioni e conforto esistenziale, ma l’inevitabile richiamo della terra d’origine lo calamita, sia pure per poco. Infatti, il personaggio, dopo una poderosa riflessione, ricalca le orme dell’esilio. Ne La città di Miriam , il distacco da Trieste avviene verso Città del Messico, ma si tratta di un viaggio più duraturo, in quanto, anche se apparentemente la lunga sosta in quella città sembra dovuta a motivi professionali, in effetti il protagonista è costantemente scosso da riflessioni e ripensamenti che rendono più maturo il suo sentimento, tanto che il ritorno a Trieste coincide con un rapporto viepiù( 7. Fulvio Tomizza, L’albero dei sogni, Milano, Mondadori, 1969. 8. Fulvio Tomizza, La città di Miriam, Milano, Mondadori, 1971. vol-mosaique.indb 67 17/04/2018 14:48 68 Carmelo Aliberti) affettuoso con Miriam e un più saldo collegamento con la città giuliana. Il suo statuto di intellettuale di confine non gli consente di stanziarsi in un’area ben definita, ma le spinte interiori delle due culture, coniugate con le esperienze personali spesso avviluppate dello scrittore lo inducono a frequenti peregrinazioni, motivate apparentemente da circostanze occasionali, verso diverse aree del pianeta, dove Tomizza si porta sempre nell’anima la martellante tortura dello scivolamento nell’alveo naturale, in cui sono maturati i suoi valori, e della sua inconscia attrazione ideologica e attrazione.-repulsione della civiltà occidentale, dove le nuove ideologie nazionalistiche aggrediscono, nella linfa vitale della sua anima, la corda tesa della purezza sorgiva. Il tema del nomadismo continua a svilupparsi nel viaggio a Praga per una conferenza in Dove tornare, dove l’autore segue, attraverso le osservazioni del suo protagonista, la dilaniante antinomicità, le ribollenti diatribe e le conflittuali contraddizioni ingigantite, già sofferte e prevalenti nel suo universo creativo. A questo punto, di fronte a tante direttrici creative e considerando anche alcuni nodi strutturali e tematici, la critica si è chiesta di poter catalogare Tomizza tra il lungo elenco degli scrittori triestini contemporanei. Nel cerchio delle opere della triestinità di Svevo, di Slataper, di Quarantotti Gambini, di Stuparich, di Magris, i cui contenuti e la cui atmosfera spesso traspaiono nella sua opera, si è conquistato un posto autonomo ed è stato definito istriano indipendente e triestino nuovo(9) . Con il romanzo Franziska10, Tomizza riprende, con rinnovata intensità realistica e convinzione cromosomica, a sviluppare la sua indagine sul mondo della frontiera, sulle oscillazioni di due civiltà a contatto, ritornando ad orientare l’obiettivo in maniera più visibile, verso diverse forme di conoscenze, mossa da situazioni insite nella patologia antropologica dei personaggi, dove la problematica dei singoli interpreti viene analizzata in maniera più omogenea e profonda. Ora, il problema del confronto-scontro fra civiltà di frontiera diventa silenzioso conflitto per il consolidarsi della personalità, su una linea inconscia e psicoanalitica, dove tra segrete opposizioni traumatiche, pur nell’interno del gomitolo dell’amore e di situazioni protese fino al paradosso, emerge, nelle impazienze e nelle figure turbate dei protagonisti, la vera realtà interiore di Tomizza, quella straziante verità (9. Marco Neirotti, Invito alla scrittura di Tomizza, Milano, Mursia, 1997, p. 24. 10. Fulvio Tomizza, Franziska, Milano, Mondadori, 1997. vol-mosaique.indb 68 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza (69)) esistenziale che lo scrittore aveva sempre terapizzato con l’impeto della creatività, dell’arte, della parola. Franziska, figlia del falegname Skrijac, è nata all’alba del Novecento e riceve in dono, secondo l’immaginazione dello scrittore, molte corone, diventando figlioccia dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ricorrendo ancora ad un epistolario originale, in cui sono racchiusi la vita, i sogni, gli affetti, Tomizza racconta la traumatizzante delusione sentimentale subita dalla protagonista, una slovena del Carso a Trieste, nella sua relazione amorosa con l’italiano di Cremona, Nino Ferrari, ufficiale che esercita il mestiere di ingegnere. La timidezza, i grovigli insensati, le misteriose icone incomunicabili di due anime che non riescono a tramutare in omogenea rifrazione affettiva le sconosciute spinte del paesaggio espropriato del cuore. Gli artigli infrangibili di due ineludibili somiglianze storiche impediscono ai suoi personaggi di intendersi e di poter instaurare un sognato e affabulante idillio. Ritorna il solito Tomizza, il più autentico, che interroga la storia, con l’atroce patimento dello scrittore e dell’uomo ubicato su una posizione di frontiera che scruta un’umanità scissa e contrapposta, incomunicabile, in lotta fratricida e perciò sconfitta, e che piange per il fratello-uomo che non sa ritrovarsi nell’unità del proprio essere in una comunità concorde. In un unico destino di solidarietà, di sollievo e di resistenza al male e alla morte dei sentimenti, si compenetrano i temi di uno scrittore che non è riuscito a colmare la ferita interiore delle sue origini di uomo, nato in bilico tra due culture, accettate e rifiutate in cerca di un paese sublime dell’anima, dove poter tornare e vivere in pace per sempre. Pertanto il fallimento del sogno, cosparso nelle sue opere, ha lasciato, nel suo cuore, irrisolto il problema di un’inestinguibile angoscia che poteva distruggere in Tomizza la stessa voglia di vivere. Per definirla con i versi di Borges, in Franziska c’è la storia, l’indignazione, l’amore, il sapore dell’irreale, come osserva Luisa Trenta Russo. Figlia dell’arido Carso, torna, dopo una serie di tristi vicende, a tendere le mani alle foglie vermiglie della sua fanciullezza, bella e basta, come il proprio amore esaltato e vano. Tutta la narrazione, con la sua incantevole protagonista, è l’esito perfetto di una rigorosa concentrazione, nutrita di esperienza, sui fatti della storia e della vita con quel tocco di favola (o poesia) dalla quale Fulvio Tomizza si fa a volte lambire metabolizzandone l’essenza, ma non travolgere. Cioè col senso vivo di quei valori dell’esistenza (la propria in particolare) che la memoria trasfigura in mito(11. 11. L. Trenta Russo, Lo specchio di Gogol, Caltanissetta, Centro Studi “G. Pastore”, 2000, p. 101. vol-mosaique.indb 69 17/04/2018 14:48 70 Carmelo Aliberti) Dall’atmosfera magica dell’infanzia, scandita da ansie, sogni e talvolta da oscuri presentimenti di morte, Franziska, dopo l’assassinio dell’arciduca d’Austria, che la scioglie da ogni illusione e da ogni interrogativo sulla sua nascita, vive una relazione amorosa difficile con il tenente Nino Ferrari, ma la diversità di cultura e di lingua spinge lo scrittore a cercare nelle fonti epistolari le fosche griglie di un vuoto che gradualmente avvinghia la ragazza, uscita dal clima inebriante dell’adolescenza. Per cui, in preda a un sentimento di sconfitta, durante i duri tempi della guerra, ritorna alla sua casa di campagna, abbandonata alla fatiscenza e alla corrosione del tempo. Allora anche la sua inquietudine incomincia a sedarsi nell’accettazione della solitudine invasa dal sentimento della devastazione sentimentale, nella desolazione dell’amore perduto e svanito nel nulla e ritemprata dai profumi della sua terra e dai ricordi delle minime gioie dell’infanzia. Così anche in Franziska si affaccia l’abisso che separa due esistenze, due microcosmi spirituali e rilancia le distanze che le convenzioni formali e le rigide leggi dell’esistenza evidenziano anche oltre le diversità culturali, relegando nel solipsismo lo stesso respiro dell’essere. Sotto il profilo tecnico-strutturale ed espressivo, come esemplarmente commenta l’insigne critico Giuseppe Amoroso: “Il narrato avanza denso, gonfio di cose e di riflessioni, sposta l’obiettivo dal mondo rappresentato a un piano di confessioni, dove Tomizza si arresta con un suo colloquiale modo di intrattenere il lettore e di chiarirgli i nodi del testo… Controllato in ogni circostanza, serrato in un blocco di situazioni martellate da uno svolgimento fermo, stabilmente lineare, il racconto ottiene effetti di plastica evidenza, segnalando episodi minimi e facendo appena ruotare la luce sulle superfici12”). In questo romanzo, Tomizza ripropone il tema della divisione, della frontiera. Ritorna ancora lo spirito che ha animato le varie opere dello scrittore; quella necessità ineludibile di superare le barriere ideologiche, linguistiche ed etniche alla ricerca dell’uomo, della sua vera essenza. Il superamento delle barriere è un messaggio che si carica di implicanze simboliche, indispensabili oggi. Lo stesso scrittore ha lasciato intendere che sentiva forte lo spirito europeo, ma che la frontiera sussisteva. Una constatazione amara che conferma la visione pessimistica di Tomizza che è (12. G. Amoroso, Il notaio della Via Lattea, Caltanissetta-Roma, S. Sciascia Editore, 2000, p. 53. vol-mosaique. indb 70 17/04/2018 14:48 La frontiera in Fulvio Tomizza (71)) sprofondato nei labirinti incrociati e divergenti della storia del presente e del passato con gli strumenti della letteratura e che solo nella proiezione onirica tenterà di superare, affidando il proprio segreto dolore al volo della fantasia, con cui cercherà di individuare e terapizzare le radici del Male personale e universale. In Materada, il dialogo tra Franz e Berto palesa il significato complesso assunto dalla nozione di frontiera rispetto al richiamo identitario. Io non sono un tipo da far prediche, ma voglio dirti quello che penso. La terra non è tutto, Berto. Se fosse tutto, noi avremmo fatto di tutto per riaverla. […] Ha ragione barba Nin: noi non siamo per questo regime. Forse ci vuole altro fegato. Oppure ci si fa un poco alla volta, ma io questo non voglio; io di questo ho paura. Hai visto? Volevano che firmassi quella carta per mettere in disgrazia un uomo(13). Franz ha rifiutato la delazione ai danni dello zio chiesta dal regime comunista preferendo rinunciare alla spirale della violenza mimetica e quindi al deturpamento morale. Anziché impossessarsi della terra agognata, Franz accetta di rinunciare a un vantaggio materiale e contingente per cui il suo abbandono dell’avito paese istriano che determina il varco del confine con l’Italia va di pari passo con la frontiera dell’anima, scrigno spirituale da non sperperare. “