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La Querida “Notte Bianca” a Cannistrà

Autore: Luciano Siracusa. Pubblicato il 5 dicembre 2013. Inserito in Discorsi sulla soglia, Rubriche.

Lucenti velieri di legno aspettavano i visitatori che, per caso, giungevano per le vie del piccolo paesino. Cannistrà, questo è il suo nome, forse per una notte o chissà per quanto tempo, non si è più sentita solo un’isola, o, meglio, un margine secondario di Barcellona P. G., diventando il centro d’attenzione con l’occasione dell’annuale Sagra. Proseguendo per le vie del paesello, in quel 21 di settembre, si poteva vedere il centro di propaganda per la poesia, celebrato sull’altare della Musa, e poi il nostro caro giocoliere che intratteneva i visitatori, come il piccolo Carlo. Da non perdere, ancora più avanti, i giochi di quartiere attinti dal libro delle tradizioni, per dopo proseguire con varie esposizioni. Esposizioni di lavori fatti a mano, ma anche esposizioni di foto, che dai muri antichi delle case, aprivano lo sguardo a quella seducente Sicilia sempre da rispolverare per riscoprirne la bellezza. Ed al termine dei banchetti di Cannistrà, forse perché le cose buone si trovano sempre alla fine, ecco “u paninu ca sosizza”.

La parte di storia che ci interessa non è tanto l’insieme degli eventi che si sono realizzati puntualmente e solo durante la Sagra, che per onestà intellettuale riassumerei in “piccola notte bianca”, bensì quel tessuto relazionale che ha permesso nel tempo di creare una serata che, attraverso le sue manifestazioni ed espressioni più varie, ha attirato e divertito molta gente.

Così, vorrei ora traghettare lentamente tutte le suggestioni e le sensazioni e i sapori di quella serata verso il mondo della sociologia, cercando di ricondurre la piccola notte bianca di Cannistrà al mondo del rituale. Non è un tentativo questo di svilire o astrarre l’evento riducendone la sua componente umana e vitale, ma di allargare il suo contesto per leggerlo in un’altra prospettiva.
La piccola notte cannistrense, nella sua preparazione e ripetizione negli anni che coinvolge tutto il paesino, può essere pensata come un “rito collettivo”. Un rito collettivo è un’azione ripetuta in un certo periodo e in un contesto sociale, che ha il potere di creare valori condivisi con un alto potenziale simbolico.
Lo sguardo del visitatore, che si propagava lentamente per i vicoli del paesino, oltre a “u panino ca sosizza”, per altro prelibato, ed oltre ai vari concertini e performance, poteva cogliere la solidarietà e l’intesa tra i volontari del paese. Il rito della sagra, infatti, oltre ad essere punto di unione di un gruppo che condivide un orizzonte di senso (offrire una serata di svago ai visitatori), riesce a rompere i legami quotidiani tra le persone, spingendoli verso una maggiore solidarietà come affermato da Mary Douglas (nota antropologa britannica) in molte opere.
Il dato simbolico, come può esserlo un rito collettivo di aggregazione, può d’altra parte funzionare da collante e da possibile banco di lavoro per puntellare meglio questioni come la partecipazione alla cosa pubblica ed il senso di appartenenza alla comunità, elementi essenziali per il buon funzionamento della democrazia.
Dopo la fine della festa, le strade vuote lasciano spazio alla generosa sensazione di aver fatto bene, e di aver divertito con gusto.
Il paesino di Cannistrà si ricrea di anno in anno attraverso il rito della Sagra, facendo di un semplice momento estivo un simbolo di collaborazione tra i suoi membri.