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Emozioni, città e mafia

Autore: Luciano Siracusa. Pubblicato il 5 agosto 2014. Inserito in Discorsi sulla soglia.

Marco è seduto al suo tavolo. Lui e la sua sigaretta in compagnia di quella sempre identica abitudine di leggere i giornali, o meglio di tentar di farlo.  Lui vive a Barcellona P.G, una cittadina in provincia di Messina, e sa bene che le cronache degli ultimi tempi sulla città del Longano hanno riguardato per lo più la criminalità organizzata.

Tra una notizia ed un’altra e scorrendo la storia della sua città, Marco si emoziona in relazione agli avvenimenti che nascono e si nascondono tra le sue vie, come d’altra parte farebbe qualsiasi persona che cresciuta  in un  luogo prova verso questo un leggero senso di  appartenenza proprio del sentirsi figlio. E se pur le madri non si scelgono, come l’esistenza ci porta spesso a pensare, ci si emoziona in ogni caso difronte ad un luogo, alle sue strade, agli sguardi di chi condivide una stessa storia. In pochissime parole, ci si emoziona non solo per l’alluvione o per la buona organizzazione della notte bianca, come per la vittoria della squadra di basket, ma soprattutto si prova speranza, paura, dolore, rassegnazione e coraggio nei confronti del fenomeno sociale che più influenza questi luoghi:la Mafia. Lanostra Mafia ci emoziona, nel bene e nel male. O almeno emoziona Marco.

Secondo quanto prova questo giovane barcellonese, sarebbe  dunque corretto  dire che le emozioni hanno  una dimensione sociale? È ragionevole  provare dei moti interiori, così simili a quelli  per le relazioni più care, anche per qualcosa che fuor di dubbio è esterno a noi, almeno apparentemente?

Martha Nussbaum nel suo testo “L’intelligenza delle emozioni” scrive: “La mia paura, la mia speranza, il mio estremo dolore, tutto ciò che riguardava mia madre era relativo a lei e alla sua vita”.  In questo testo, l’autrice, tenta di delineare una teoria filosofica organica sulle emozioni e, come si vede dalla frase sopra, non disdegna affatto di richiamare momenti salienti della sua vita come quello della morte della madre o la stesura di un libro. Con tutta franchezza posso dire che il suo lavoro è tanto ambizioso quanto completo.

Nel primo capitolo Nussbaum, facendo riferimento alla morte della madre, descrive la comune banalizzazione che riduce le emozioni a venti impetuosi  o tempeste interiori e che come tali apparterrebbero più al mondo dell’irrazionale che a quello della ragionevolezza  logica.

Le emozioni a differenza delle forze naturali, alle quali spesso si paragonano, stanno in relazione ad un oggetto (about something), afferma la pensatrice. La speranza ed il dolore di Martha sono in relazione alla vita della madre appena deceduta come ad un altro evento più o meno pubblico che può aver luogo attorno a lei. Le emozioni inoltre sono cariche di intenzionalità e di credenze. L’oggetto appare nell’emozione nel modo in cui lo vede e lo interpreta la persona che prova l’emozione stessa.

Ed infine le emozioni implicano delle credenze riguardo al loro oggetto. La madre della filosofa aveva infatti svolto un ruolo per lei, e quindi  la sua presenza/assenza era vista come importante.

Allo stesso modo di Martha che si emoziona per la vita della Madre o per le dinamiche politiche della sua America piuttosto che del suo dipartimento universitario, anche Marco si scuote e prova delle emozioni per i suoi amori, per il basket come per la presenza o meno della Mafia. Lui prova paura, rassegnazione, speranza e coraggio di fronte a questo fenomeno che segna la vita economica delle sue strade. Evento che dipinge sguardi e volti della gente che condivide quel grigio cosi penetrante e multiforme  capace di annebbiare ogni “cristallina” definizione di “vita sociale”.

Pur considerando che esistono diversi tipi di emozioni che nascono soprattutto nella sfera privata dell’individuo, il discorso della Nussbaum indica che le emozioni si compongono  di una sfera sociale. Le emozioni sono quindi anche costruzioni sociali.

La famiglia, la comunità politica, come l’università e tutti gli altri spazi sociali presenti sul territorio  e quello che in essi accade hanno dunque il potere di creare delle emozioni tanto in Marco quanto in me come in ogni  altra persona.

Continuando di questo passo, possono nascere interessanti domande rispetto a Marco ed alla sua martoriata città. Le emozioni di paura, di estremo dolore ed il senso di smarrimento che prova chi è colpito dalla Mafia, avvalendoci di una sana presunzione, sono le stesse di chi pur vivendo nello stesso luogo è artefice di questi atti? O le stesse di chi ha sentito parlare di criminalità solo sui giornali, o ancora le stesse di un turista a spasso per Venezia che apprende  dell’omicidio di due giudici siciliani a seguito della loro passione nel lavoro?

Rispondendo a queste domande si percepisce come la teoria della Nussbaum ed i dubbi di Marco, basandosi sull’assunto della “costruzione sociale” delle emozioni, conducano alla consapevolezza che la loro comprensione, in termini di ragionevolezza logica, aiuti l’uomo stesso a comprendersi e a conoscere in maniera adeguata gli avvenimenti che lo circondano.

In altri termini, la Mafia emoziona. La mafia di Barcellona P.G., come fenomeno sociale, ci emoziona a tal punto che disconoscerlo significherebbe non avere una corretta conoscenza di quello che ci circonda.